domenica 14 giugno 2020

Primi incontri tra neonati e gatti!

Cari amici, torno sul tema dello scorso post, ma in maniera molto meno impegnata! Ecco a voi un video davvero tenero ed emozionante che dimostra quanto i nostri amati gatti siano sensibili all'arrivo di un bimbo in famiglia.  Guardate che tenerezza! Io mi sono davvero commossa nel vedere la delicatezza e la premura con cui questi gatti si approcciano ai cuccioli umani!



Ammetto che mi sarebbe piaciuto molto se Paciocca avesse reagito così all'arrivo di Stefano...
Come sempre, però, va tenuto presente che ogni gatto reagisce a modo suo e anche in base alle abitudini consolidate nella sua famiglia: è ben integrato nel nucleo famigliare oppure viene coinvolto solo saltuariamente nella routine di casa? Considerato il fatto che Paciocca non abita più con me da quando mi sono sposata (cosa che non ha mai digerito fino in fondo) e che, quindi, non ha occasione di stare continuamente a contatto con la mia nuova famiglia, la sua reazione è assolutamente comprensibile. Se poi penso al suo carattere discreto e un pochino timido... forse non potevo poi aspettarmi qualcosa di molto diverso!
Colgo l'occasione per ringraziare tutti voi per l'interessamento che le avete riservato, anzi posso dirvi che per fortuna la sua alopecia sembra andare meglio.
Vedremo anche se, con il passare dei mesi, la mia micia avrà modo di interagire di più con il mio bimbo... e viceversa! Tutto sempre nel rispetto delle esigenze e del benessere di entrambi. Vi terrò aggiornati!

lunedì 1 giugno 2020

Paciocca, Stefano e me

Questo mese Stefano compirà tre mesi e vorrei raccontarvi come sono andati questi primi tempi tra lui e Paciocca. O meglio, dovrei dire piuttosto tra Paciocca e lui, perché per il momento il mio bimbo non la considera molto (ed è naturale, nei primi tempi i neonati riconoscono e "mettono a fuoco" specificatamente i volti umani)... quindi è soprattutto lei ad essersi accorta della sua esistenza!
Quando ero incinta, dopo aver letto tante testimonianze sul come i nostri animali avvertano la "dolce attesa" dei propri umani, attendevo con trepidazione reazioni "particolari" da parte di Paciocca alla mia gravidanza, ma non ho osservato assolutamente nessun cambiamento in lei nei miei confronti. Vi dirò quindi che non sapevo proprio cosa aspettarmi dal presentarle Stefano, temevo che la mia gatta sarebbe fuggita spaventata.
Diciamo che le prime settimane sono state estremamente graduali: anzitutto Paciocca ha avvistato la navicella con dentro il bimbo in giardino, talvolta lui dormiva e quindi c'era completo silenzio, talvolta lui piangeva disperato (come solo i neonati sanno fare) e in quei casi la gatta se ne stava bene a distanza. In generale nelle prime settimane Paciocca guardava con grande sospetto la navicella, probabilmente immaginandola come una sorta di tagliaerba misteriosamente silenzioso, oppure misteriosamente urlante in altri momenti!





Va detto che in questi primi tempi non ero io a portare in giardino la navicella, perché ho avuto un post-partum pesante e per tre settimane sono rimasta confinata in casa, dove la mia micia entra poco volentieri (di solito fa la preziosa sull'uscio, vuole che siamo noi ad uscire). Il mio primo incontro con Paciocca è avvenuto appunto dopo questo primo e lungo periodo, solo tra me e lei ed è stato un momento per me di grande tenerezza, rivederla e coccolarla di nuovo dopo il mio parto! Lei non si è scomposta più di tanto, mi ha salutata con la sua coda alta, un miagolio e un fuseggiare discreto. Da quel momento in poi ho ricominciato ad uscire in giardino io stessa con Stefano, in braccio o nella navicella, e le occasioni per incontrare la mia micia non sono mancate.
Le prime volte che avvicinavo un piedino o una manina di Stefano alla mia gatta, lei dava un'annusatina tranquilla, talvolta strusciava il musetto affettuosamente e poi procedeva oltre: si comportava come se stesse semplicemente rapportandosi a una parte del mio corpo! Non so se avesse davvero colto che le stavo presentando mio figlio, forse i nostri odori erano talmente simili da non farle percepire la differenza e, inizialmente, io cercavo l'approccio solo quando Stefano era immobile e profondamente addormentato in braccio a me, per non spaventare Paciocca con eventuali grida o movimenti improvvisi.


Via via che passavano i giorni però, ovviamente la mia gatta ha dato segno di aver ben capito che insieme a noi c'era una nuova creatura! Sono certa di poter affermare che non ne è mai stata spaventata, né l'ha mai avvertito come se fosse un animale non umano con cui competere... insomma, Paciocca ha dimostrato di capire che Stefano fa parte della nostra famiglia e, con le dovute cautele, non è sicuramente una minaccia.
Ad oggi, ogni volta che esco in giardino con Stefano, lei ci raggiunge felice e ci accompagna nei nostri giretti. Il mio bimbo ama tantissimo passeggiare tra gli alberi e in generale ogni cosa del giardino è per lui fonte di curiosità, per cui io sono ben felice di esplorarlo insieme alla mia micia.
Da qui a dire che Paciocca sia interessata a relazionarsi di più con lui, proprio no: stiamo pur sempre parlando di un neonato di neanche tre mesi, al quale basta poco per iniziare a piangere... Paciocca non fugge al suo pianto, anzi credo che capisca perfettamente che è un segno di disagio di Stefano, ma comunque la cosa non sembra riguardarla più di tanto. Pace fatta anche con la navicella: la mia gatta deve aver capito che fa parte del "pacchetto Stefano", se così si può dire!
Mi piacerebbe che il mio bimbo fosse già abbastanza grande per interessarsi a Paciocca e per insegnargli ad interagire correttamente con un gatto (o un animale in generale), così come mi piacerebbe avere tanto più tempo e modo da dedicare alla mia micia, invece di solito i tempi li detta Stefano e, avendolo spesso in braccio, altrettanto spesso devo accontentarmi di accarezzare Paciocca con il piede. Lei in ogni caso sembra abbastanza tranquilla, sempre ben disposta nei nostri confronti e, pur senza fare mai slanci affettuosi particolarmente espliciti (come suo solito poi, è nel suo carattere essere delicatina e discreta), staziona spesso e fa ricognizioni diverse volte al giorno nel mio giardino, entra in casa per brevi giretti a suon di fusa e in generale ci raggiunge volentieri non appena usciamo. Io, se non la vedo subito, non manco mai di chiamarla e di considerarla sempre, per farle capire che la sua presenza è importante.


Su questa complessivamente raggiunta pace famigliare, in realtà gravano alcune ombre... qualche settimana fa, ho scoperto sotto la pancia di Paciocca una zona di alopecia piuttosto ampia, mai avuta precedentemente in vita sua.
La prima ipotesi della veterinaria è che si tratti appunto di alopecia "da stress", probabilmente dovuta soprattutto alle tre settimane tra parto e post-parto in cui la mia micia non mi ha vista mai: è stato in assoluto il periodo più lungo di separazione tra me e lei (prima, al massimo una decina di giorni in vacanza). Purtroppo non la aiuta il fatto che, da quando c'è Stefano, è indubbio che il tempo e le occasioni che posso dedicarle si siano ridotti di molto. Non che in gravidanza fossi sempre con lei, intendiamoci, però sicuramente mi vedeva più a lungo, durante la giornata, di quanto accada ora.
Inoltre, per la sensibilità di un gatto, credo sia palese che Stefano sta implacabilmente focalizzando su sè stesso la maggior parte dell'attenzione e delle energie sia mie, che di mia mamma (figura "secondaria" ma pur sempre di riferimento per Paciocca).
Non possiamo comunque neppure escludere eventuali sopraggiunte intolleranze alimentari, dal momento che proprio negli ultimi mesi abbiamo cambiato marca di umido, provandone diverse.


Ora come ora stiamo curando Paciocca con un unguento e un integratore apposito, nonchè io sto facendo del mio meglio per essere presente nella sua giornata (e le belle giornate mi aiutano tanto in questo!), tra incontri in giardino, qualche visita in casa e "catture" serali. Ammetto che finora grossi miglioramenti non ne ho visti, anche se la veterinaria mi ha detto che serve tempo perchè il pelo ricresca... vi dirò che questa cosa, sotto sotto, mi preoccupa non poco, perchè non posso fare a meno di pensare che Paciocca non è più una giovincella: il prossimo agosto compirà 12 anni tondi e questo, forse, è il primo concreto segno della sua età che avanza. A vederla non si direbbe: il resto del mantello è sempre lucido e pulito, lo sguardo è vispo e comunicativo, l'appetito non ha subìto cambiamenti sostanziali, lei è la solita micia discreta, cacciatrice e arrampicatrice di alberi come quando di anni ne aveva 5. Però mi sento sottilmente responsabile per la sua alopecia e, qualora non dipendesse affatto dalla presenza di Stefano, temo allora che possa essere sintomo di qualcosa di ben più grave di una comprensibile "gelosia" o della destabilizzazione dell'equilibrio famigliare.
Spero che la cosa possa rientrare presto e venire archiviata solo come un momento "delicato" nella vita della mia gatta, che sicuramente non è rimasta indifferente, nel bene e nel male, all'arrivo di un neonato nella nostra famiglia.


Concludo questo post con un pensiero più ampio, sempre relativo all'arrivo di mio figlio e del successivo mutare (o non mutare affatto!) delle altre relazioni affettive. Ebbene, aspettavo da tempo di diventare mamma a tutti gli effetti per verificare se fosse proprio vero che l'amore per un figlio sia qualcosa di infinitamente superiore rispetto a tutti gli altri rapporti affettivi. In particolare mi domandavo se, da parte mia, sarebbe cambiato qualcosa anche nei confronti di Paciocca, da tanto è opinione comunemente condivisa che:"Va bene voler bene a un gatto, ma un figlio è un figlio!".
Chiaramente sono solo all'inizio della mia vita di mamma e sono convinta che il rapporto genitore-figlio sia il più mutevole in assoluto (per forza di cose, un figlio da neonato diventa una persona adulta, ad un certo punto!), per cui è possibile che questi miei pensieri potranno eventualmente mutare di pari passo. Comunque, per il momento, posso dirvi che l'amore per un figlio è effettivamente qualcosa di incredibile, di travolgente e rivoluzionario, qualcosa che ti fa vedere il mondo con occhi diversi, è come essere nata una seconda volta... non esagero!
Però, e ci tengo a sottolinearlo, questo non ha tolto assolutamente NIENTE a tutte le altre forme di amore che provo nella mia vita. Anzi, se possibile, le ha amplificate, valorizzate e rese più importanti ancora, perchè vanno a intrecciarsi e in un qualche modo a completare il quadro di affetti della mia esistenza. Fare classifiche in amore è assurdo e mortificante, perchè ogni forma di amore, o affetto che sia, ha un suo valore impagabile e la sua peculiarità che la rende unica e insostituibile. Paragonare o chiedermi di scegliere tra l'amore per mio figlio e l'amore per la mia gatta è semplicemente assurdo.
Prosaicamente parlando, sarebbe come chiedermi di scegliere tra la pizza e la cioccolata: sono due cose talmente diverse, ma a loro modo talmente buone, che non potrei proprio fare una classifica di gradimento! E poi, che senso avrebbe? A che scopo?
Ogni forma, ogni manifestazione, ogni declinazione dell'amore ha una sua specificità, un suo valore intrinseco, una sua potenza originale, unica e inimitabile in sè stessa. Perchè mai allora pensare di fare graduatorie, classifiche, scelte? Si vive una sola volta e più forme d'amore avremo sperimentato nel corso della nostra esistenza, più avremo avuto una vita ricca, fortunata e piena.

martedì 26 maggio 2020

"Kedi, la città dei gatti" di Ceyda Torun

Cari amici, oggi vi parlo di un piccolo gioiellino per i gattofili cinefili: "Kedi. La città dei gatti", della regista Ceyda Torun. È un originale documentario dedicato ai gatti di Istanbul, quasi un tributo alla popolazione felina molto numerosa che nei decenni si è integrata con particolare successo alla vita urbana e umana. Nella capitale turca infatti i gatti sono ovunque: per le strade, sui tetti, nei caffè, nei negozi, negli hotel, sulle barche dei pescatori... e ovunque sono rispettati come animali quasi sacri, sicuramente degni di tanta considerazione da parte degli uomini. Il film è unico nel suo genere, per merito soprattutto di una strepitosa fotografia capace di mettere in risalto una duplice bellezza: quella dei gatti, con magnetici primi piani, e quella della colorata Istanbul, ripresa nei suoi scorci più caratteristici.



Uno degli aspetti che mi ha più colpita è stato il constatare le condizioni complessivamente molto buone della maggior parte dei gatti: nonostante conducano una vita di quartiere, a metà tra il randagismo e la domesticità, questi mici hanno folti mantelli ben curati, occhi limpidi e vispi, un portamento sicuro e fiducioso nei confronti degli esseri umani. Entrano ed escono da locali, case, balconi  e accolgono quanto di buono può arrivare dalle mani umane: coccole, bocconcini, cure o semplicemente gradita compagnia. Del resto, sono proprio gli uomini di Istanbul a prendersi cura quotidianamente di questi felini, rapportandosi ad essi come fossero veri e propri concittadini, vicini di casa e parte integrante della propria comunità. 
Non è un mistero che nel mondo islamico il gatto goda di particolare considerazione e a Istanbul questo ha portato davvero a realizzare una "città dei gatti" che vive di pari passo a quella degli uomini, intersecandosi con essa con una certa grazia ed armonia.
Mi è piaciuta molto anche la spiritualità che emerge da diversi passi del documentario: i gatti non sono semplicemente simpatici, utili e piacevoli animali con cui condividere la vita, bensì un tramite per arrivare a Dio, per fare qualcosa di gradito a lui. Trovo che questo tratto della religione islamica sia assolutamente unico e affascinante.
E così "Kedi. La città dei gatti" racconta le diverse storie di alcuni gatti di quartiere e degli uomini che se ne occupano, mostrando con delicatezza come gli uni si prendano cura degli altri... e viceversa. È uno scambio alla pari!





"In qualche modo, Dio cerca sempre di mettere alla prova le persone. Dio conduce ognuno di noi a lui, usando immumerevoli modi e infinite vie sconosciute a noi umani. Nel mio caso l'ha fatto attraverso questi meravigliosi amimali. Forse sono degno del suo amore".

"Kedi. La città dei gatti" vi aspetta sulla piattaforma UAM.TV (ricca di tanti altri film e documentari di pregio): vedrete, da gattofili ne resterete incantati! 

mercoledì 20 maggio 2020

"La meravigliosa vita delle api" di Gianumberto Accinelli

Buongiorno amici! In occasione dell'odierna "World Bee Day", giornata mondiale dedicata alle api e istituita dall'ONU ormai da alcuni anni, vi presento una lettura in tema: La meravigliosa vita delle api. Amore, lavoro e altri interessi di una società in fiore del sempre a me caro Gianumberto Accinelli. 
Diversamente da altre pubblicazioni che fanno soprattutto il punto sull'emergenza del declino delle popolazioni di api in tutto il mondo, minacciate a morte da inquinamento, cambiamenti climatici, malattie, perdita di habitat naturali sufficientemente accoglienti e un uso spropositato dei prodotti chimici in agricoltura, questo libro di Accinelli è piuttosto un viaggio affascinante sulle caratteristiche speciali e la vita delle api, quelle che ancora sono rimaste almeno. E quante scoperte meravigliose e inconsuete!



L'ape è l'insetto impollinatore per antonomasia, ma sapevate ad esempio che è anche estremamente metodico e molto più efficiente di altri impollinatori come farfalle e mosche? Sì, perchè l'ape bottinatrice, quando esce di buon mattino alla ricerca di nettare, arrivata in un prato fiorito sceglie a inizio giornata un tipo specifico di fiore dal quale rifornirsi, e continuerà per tutto quel giorno a visitare solo quei fiori, garantendo così il massimo successo dell'azione impollinatrice per quella specie floreale. Il giorno dopo la storia ricomincia: la bottinatrice sceglierà magari un altro tipo di fiore e vi resterà "fedele" fino al concludersi del suo "turno di lavoro". 
Un'altra curiosità che mi ha colpita molto è la seguente: mai avvicinarsi a un alveare se si sta mangiando una banana matura, perchè questo scatenerà le ire delle api che vi attaccheranno con ferocia e, soprattutto, in massa. Il problema sta nel fatto che l'odore di banana matura assomiglia a quello dell' "isopentyl acetato", la sostanza lasciata dall'ape insieme al pungiglione quando ci punge. E' una sorta di segnale odoroso per dire: "Attenzione! Qui ho dovuto attaccare, questo è un invasore! Se non se ne va, attaccare ancora!". L'odore di banana farà credere quindi alle api che sia avvenuto un attacco e ci sia bisogno di intervenire in massa contro l'invasore che non fugge ma anzi, resta inconsapevolmente fermo a sbocconcellare il frutto maturo.

Un'ape vola verso i fiori del pesco

Naturalmente molto del libro è dedicato alla straordinaria intelligenza, individuale ma soprattutto sociale, delle api: insetti ligi al proprio dovere e ben inquadrati nella loro società dell'alveare. Scopriamo quindi vita morte e miracoli di questi imenotteri, dai loro riti (cruenti) di accoppiamento alla loro giornata lavorativa, dal loro sofisticato modo di comunicare alle loro incredibili abilità ingegneristiche e matematiche. 
Anche per questo l'ape, oltre che per il suo fondamentale ruolo di impollinatore (un'enorme percentuale del cibo che mangiamo lo dobbiamo all'azione degli impollinatori spontanei), è stata impiegata anche in altri campi diversi dall'agricoltura: ad esempio, come "segugio" da mina antiuomo. Con uno specifico addestramento (si miscelano acqua e zucchero all'odore dell'esplosivo, per far sì che gli insetti siano sensibili ad esso), alcune api esploratrici infatti sono in grado di individuare una mina sotterrata, posandosi sul terreno senza far detonare la bomba (l'ape pesa troppo poco!). Con un sistema d'addestramento analogo, le api  possono venire impiegate anche in medicina, per la ricerca dei tumori, o negli aereoporti per individuare traffici illegali di droga. Insomma, veri e propri segugi!
Il libro si chiude comunque con il problema serissimo dello spopolamento degli alveari, di cui abbiamo preso coscienza circa 13 anni fa: "Nel 2007 la popolazione di api in Europa è stata decimata di una quota che varia dal 30% al 50%. (...) In America (...) le perdite di alveari hanno raggiunto, in alcune zone, il record del 70% sul totale. In Italia, sono 200.000 le arnie che, ogni anno, cessano il loro allegro ronzio diventando delle gelide e silenziose lapidi che costellano il territorio nazionale alla stregua di un gigantesco cimitero" (G. Accinelli, "La meravigliosa vita delle api",  p. 122). 

Foto di Eigene Aufnahme su Wikipedia.

Uno scenario desolante e drammatico, da tutti i punti di vista. Cosa si può fare per arginare il fenomeno e dare una chance di sopravvivenza alle api? 
Anzitutto in agricoltura si devono eliminare i neonicotenoidi e gli insetticidi di sintesi, dando ampio spazio alla lotta biologica. Si dovrebbe inoltre ripensare completamente il sistema delle monocolture intensive, tornando a preferire (o almeno dando modo di conservare) un paesaggio agricolo ricco di siepi, alberi e vegetazione che possano fungere da "corridoi ecologici" anche per le api.  Ma è auspicabile pure ricreare piccole oasi sicure per questi impollinatori nel nostro privato, in campagna, in periferia e in città, andando a piantumare fiori spontanei ricchi di nettare ovunque possibile: aiuole, balconi fioriti, cortili, giardini e parchi. Ecco una lista utile di piante che attirano particolarmente le api:

La lista è tratta dal libro di Accinelli, le foto (facelia, borragine, cosmea) sono tutte su Wikipedia.

Quello delle "oasi" per insetti utili è un progetto che Eugea promuove da anni e che vi invito a visitare, per prendere parte voi stessi a questa piccola, grande rivoluzione... un segnale concreto e non solo "ideale", nella giornata dedicata alle api.

lunedì 11 maggio 2020

"L'insostenibile tenerezza del gatto" di Sonia Campa

Ho avuto modo di conoscere Sonia Campa, etologa, diversi anni fa, ad una conferenza sul comportamento dei gatti e sul corretto modo di relazionarsi ad essi. Mai banale nel suo approccio, profonda conoscitrice dell'animo del nostro felino domestico, attenta osservatrice delle tendenze "antropomorfizzanti" che influenzano il nostro rapporto con gli animali... ha subito guadagnato la mia ammirazione e stima. Così, quando è uscito questo libro non potevo davvero farmelo sfuggire, pregustandomi una lettura di valore. Ebbene, le mie aspettative sono state ripagate al 100% e, nonostante per titolo e casa editrice l'opera possa in effetti confondersi tra mille altre (ormai l'editoria dedicata ai gatti è sovrabbondante, pena spesso la qualità delle singole pubblicazioni), la sostanza che racchiude è tutta un'altra cosa.



Non aspettatevi un manuale generico sui gatti, nè un saggio unicamente di etologia felina... è una riflessione di ampio respiro, che prende spunto dalle esperienze personali dell'autrice ma le approfondisce su basi scientifiche grazie alla sua formazione, a proposito del temperamento del gatto, di come si è evoluta la nostra relazione con lui, andando a tracciare una sorta di "bilancio" di quanto è stato perso e quanto guadagnato. 
Ma è anche una critica alla nostra società del terzo millennio, alle molte pecche del nostro mondo, evidenziando il rischio di perdere di vista l'anima e le necessità autentiche degli animali con cui condividiamo il pianeta: cani e gatti in primis, ma anche gli animali "da reddito" (mucche, galline, ecc.), fino ai selvatici (che spesso non consideriamo neppure). 
Ad esempio, scrive Sonia: "C'è qualcosa di drammaticamente condiviso tra gli animali stabulati in freddi capannoni industriali a produrre uova e latte, deprivati dell'esistenza e, quindi, della loro identità, e migliaia di piccoli umani assembrati nelle loro automobili bloccate nel traffico impazzito di città di cemento, per cercare di raggiungere i loro mini-appartamenti in enormi condomini della più economica periferia, dopo dieci ore di lavoro dedicate freneticamente a raggiungere degli obiettivi che, spesso, non appartengono neanche a loro" (S. Campa, L'insostenibile leggerezza del gatto, p. 50).
Oltre a ciò, troviamo anche consigli utilissimi - forniti su solide basi etologiche - per comprendere, conoscere e rispettare le esigenze più peculiari del nostro amato micio. Ad esempio, ci fa riflettere sul fatto che "per i gatti il pasto è un momento tutt'altro che comunitario, la consumazione è un rito solitario e le condizioni di stretta prossimità allestite in casa spesso portano i gatti a competere più o meno esplicitamente e a vivere il momento del pasto con ansia e tensione" (p. 72). 
O ancora, tutti noi tendiamo ad apprezzare e ricercare gatti coccoloni, socievoli e amanti del contatto fisico, eppure quest'approccio così "corporeo" non sempre è in linea con il temperamento più riservato dei felini: "Per il micio di famiglia (...) è già un gesto di enorme affettuosità (...) raggiungerci sul tavolo e sonnecchiare a mezzo metro da noi mentre siamo intenti a lavorare; affetto è la leccatina fugace che ci danno sulle dita e, persino, quella coda che ci sfiora appena mentre, apparentemente distratti e lontani, ci passano accanto (...). I gesti di affiliazione dei gatti non sono eclatanti (...) sono sottili, piccoli segnali, discreti come lo è il loro andare per il mondo, fatto di distanze accorciate, di sguardi ricambiati e di tempo trascorso vicini, anche senza far niente ma semplicemente condividendo l'atmosfera" (p. 189).  Poi certo, ci sono gatti amantissimi delle coccole anche molto irruenti, ma dobbiamo sempre ricordarci di non fare di tutta l'erba un fascio e soprattutto di interpretare correttamente i segnali che ci dà il micio in questione: apprezza davvero, oppure è solo estremamente mite e tollerante rispetto a un contatto fisico per lui non necessariamente indispensabile?


Paciocca non mi perde mai di vista e mi segue dappertutto, non tollera di essere esclusa dalle nostre attività, eppure non viene mai in braccio e richiede le coccole in quantità molto modesta. Me ne sono fatta una ragione... e la amo così com'è, apprezzando i segnali d'affetto che mi dimostra, come una bella coda alzata per salutarmi!

Insomma, un libro capace di scavare a fondo, con competenza e spirito critico, nella personalità e nei bisogni comportamentali dei gatti che, oggi sempre più, vengono travisati e svalutati. Mi è piaciuta molto, tra le altre, la riflessione sul fatto che - spesso - si tenda ad adottare un gatto invece di un cane, perchè considerato "meno impegnativo": "Questa falsa credenza deriva dal ritenere questo un animale con poche pretese: non va portato fuori ogni santo giorno per la sua consueta passeggiata, può rimanere solo in casa senza fare danni e senza disturbare il vicinato (...) è autopulente (...) non richiede attenzioni continue (anzi, se ne sta anche parecchio per i fatti suoi) e si adatta a vivere anche in piccoli spazi. (...) Paradossalmente, oggi si è arrivati a credere che solo chi ha un giardino dovrebbe adottare un cane, mentre il gatto sta bene solo se tenuto in casa" (pp. 74-75). Cosa, questa, davvero snaturante nei confronti di un predatore ed esploratore quale è il gatto, che anzi avrebbe un bisogno vitale di poter accedere in sicurezza e libertà a un ambiente dove cacciare, esplorare, sorvegliare e marcare il suo territorio. 
Che altro dirvi? Le considerazioni sarebbero ancora tante ma non vorrei neppure togliervi il piacere della lettura di questo bellissimo saggio, che vi consiglio spassionatamente come una delle pubblicazioni più valide degli ultimi anni sul tema "gatti". E altrettanto vi suggerisco di visitare il portale di Sonia Campa Pet Ethology ma anche il suo blog "La soglia di Morgan", sul quale potete leggere anche diversi articoli - tutti altrettanto interessanti - sempre sul comportamento dei gatti.