Oggi vi propongo un breve e piacevole racconto natalizio, firmato dalla penna di Pamela Lyndon Travers che - per chi non la conoscesse - fu l'autrice di Mary Poppins.
Il racconto è ambientato nel secondo dopoguerra londinese: durante la messa di Natale nella cattedrale di Saint Paul, a cospetto di una folla adulta desiderosa di tornare a dedicarsi alla vita in tempo di pace, ci sono tre bambini irrequieti e un po' burloni. Non seguono la cerimonia, parlottano a mezza voce interrogandosi sulle grandi questioni dell'infanzia: cosa si vorrebbe ricevere in regalo; cosa potrebbe fare Dio per accontentarli; se sia giusto lasciare i propri giocattoli usati in dono ai bambini più poveri...
Ad un certo punto la messa termina, la folla si disperde al suono delle campane, che finalmente suonano di nuovo a festa, e davanti al presepe con i classici bue, asinello e pecore, il filo del discorso porta i tre bambini ad una domanda che sembra altrettanto fondamentale: "Perchè nel presepe non c'erano animali selvaggi? Non avevano niente da regalare, loro?".
A raccogliere il quesito è una donna adulta, la narratrice del racconto, che è al contempo una sorta di tutore o accompagnatrice dei tre bambini, e si prepara a raccontare loro una storia adatta a rispondere alla domanda.
E così torniamo indietro nel tempo, alla nascita di Gesù, nel miracoloso momento del primo Natale, quando gli animali avevano il dono della parola... e se per gli animali domestici era quasi ovvio rendersi utili al bambinello, donandogli calore, lana o protezione, che dire degli animali non addomesticati? Come reagirono all'arrivo di Gesù?
I selvatici vengono rappresentati dalla volpe Reynard che, quando si avvicina furtiva alla mangiatoia, genera grande scandalo e allarme tra le altre bestie. Cosa fa un animale selvatico, un aggressivo predatore, nei paraggi del bambino? Cosa mai potrà portare in dono, quali sono le sue intenzioni?
La volpe viene pesantemente criticata e giudicata dagli animali domestici, che la temono ma ancor più la disprezzano... eppure Reynard ha davvero qualcosa da donare, forse qualcosa di più prezioso di lana, calore o protezione, perfino di più pregiato dei doni umani di oro, incenso e mirra.
E quando porta il suo dono al Bambino, anche gli altri animali capiscono che nella stalla c'è posto per tutti, domestici e selvatici... "Così la ruota gira, il cerchio si chiude, e le creature domestiche e selvatiche stanno riunite nel presepe. Il leone insieme alla tortora, animali da cortile accucciati accanto alla volpe. Infatti creature domestiche e creature selvatiche non sono che due metà, e qui, dove tutto finisce e tutto ha principio, ogni cosa dev’essere riunita nel suo intero".
Una gradevole storia a sfondo natalizio, senza la pretesa d'essere un capolavoro, ma solo di allietare un'oretta durante la sua lettura, magari proprio in queste settimane d'attesa o nelle prossime di Natale.
Una grande famiglia di pinguini è nei guai: la banchisa di ghiaccio su cui abitano si sta sciogliendo, rimpicciolendosi sempre di più... gli 84 pinguini non riescono più a viverci, hanno bisogno di un nuovo posto dove stabilirsi. E partono, alla ricerca di un "posto migliore in cui vivere", andando a visitare tutti i meravigliosi luoghi della Terra di cui hanno sentito parlare, sperando di trovare un nuovo rifugio, accogliente e vitale...
Viaggeranno in lungo e in largo, per tutto il nostro pianeta, dal mare del Sud fino alle foreste del Nord, dalle colline dell'Ovest fino alle praterie dell'Est... e se nelle loro rosee aspettative avrebbero dovuto incontrare prati in fiore, acque cristalline, alberi verdeggianti e aria pura, è amara la sorpresa per gli 84 pinguini, che troveranno invece ovunque una terra arida, inquinata, cementificata, resa sterile e inospitale. Che fare allora?
I pinguini provano ad allontanarsi ancora un po', provano perfino a cercare oltre la Terra "un posto migliore in cui vivere".
Giunti sulla luna, lanciano un ultimo sguardo al nostro pianeta e...
...no, non può esserci un posto migliore in cui vivere, oltre la nostra bella Terra. I pinguini tornano dunque per cercare di cambiare le cose, perchè "prendersi cura della Terra è prendersi cura della nostra casa".
Per gli 84 pinguini, che rappresentano gli originari 84 stati che firmarono il protocollo di Kyoto nel 1997, ma anche per tutti noi non c'è scelta, non può esserci una casa oltre la Terra. C'è bisogno allora dell'impegno di ciascuno, per ridurre il più possibile le emissioni di gas serra, a cui si devono i terribili cambiamenti climatici che stanno facendo sciogliere anche i ghiacci più antichi del pianeta. Un albo illustrato adatto per i bambini, per iniziare un discorso complesso a partire da una storia semplice e dai disegni meravigliosi e suggestivi di Satoe Tone. Un libro adatto anche per noi adulti, perchè se ci intenerisce pensare ai pinguini che rischiano di restare senza casa, così come agli orsi polari che stanno morendo di fame, dovremmo ricordarcelo nella nostre scelte di vita quotidiana e nelle nostre richieste da avanzare ai governi e ai potenti del mondo. Buona giornata della Terra!
È la caldissima estate del 1899, nel Texas. I sette figli della famiglia Tate, che ha fatto la sua fortuna grazie ai campi di cotone e agli alberi di noci pecan, sopravvivono come possono alle torride temperature e alle giornate insopportabilmente afose, dividendosi tra giochi infantili e incombenze più o meno imposte dai genitori. Siamo nell'epoca in cui Darwin e le sue scoperte venivano ancora considerate teorie azzardate, solo i ragazzi avevano accesso agli studi più "scientifici" (se così si poteva dire), mentre le ragazze, per non dire le bambine, venivano precocemente ed esclusivamente addestrate a diventare delle buone mogli: nastri nei capelli, lezioni di piano, di cucina e di cucito. Calpurnia Virginia Tate, unica figlia undicenne della famiglia, è nell'età di passaggio tra l'infanzia e l'adolescenza, un'età critica come critico è l'anno che si ritrova a vivere, a cavallo tra due secoli e due mondi completamente inconciliabili: il lento e rigido diciannovesimo secolo contro il rivoluzionario ventesimo. Il cambiamento è già nell'aria, ma solo poche persone dotate di una certa sensibilità sembrano accorgersene, come il nonno Tate, il patriarca della famiglia che - dopo una vita di lavoro - si è ritirato dalla vita sociale e preferisce dedicarsi allo studio della natura, tra escursioni sul campo, letture nella propria biblioteca e bizzarri esperimenti nel suo "laboratorio". Per Calpurnia il futuro è già scritto: buone maniere, governo della casa e un debutto in società non appena avrà l'età giusta, per sposarsi e avere una famiglia sua. Ma in quell'estate del 1899 è ancora abbastanza bambina da avere la libertà di seguire le proprie inclinazioni, la propria insaziabile curiosità e un'intelligenza da ricercatrice.
Allora Calpurnia si entusiasma alla caccia notturna delle lucciole, all'osservazione delle cavallette, all'allevamento di bruchi di farfalle, ai bagni clandestini nei fiumi della campagna texana... e si avvicina al nonno, quel vecchio in apparenza tanto burbero e strampalato di cui tutti i nipoti hanno un po' di paura, ma che sarà l'unico a spalancarle gli occhi sulla bellezza del mondo che la circonda. Calpurnia è una ragazzina intraprendente, ironica, dall'intelligenza brillante e dall'animo gentile, che non riesce a rassegnarsi alla vita che è già stata pianificata per lei. Cosa c'è di così sbagliato e innaturale, per una donna, nell'appassionarsi alla scienza? Perchè gli scienziati sono tutti uomini? Perchè tutte le altre ragazzine sembrano essere felici di imparare a lavorare a ferri e all'uncinetto, mentre lei è così imbranata e annoiata? Sta sbagliando lei a desiderare tutt'altro per la sua vita, e perchè i suoi genitori sembrano non accettarla così com'è? Perchè, invece, solo il nonno la capisce e la apprezza le sue intuizioni nelle loro escursioni in natura?
È proprio nel corso di queste escursioni che Calpurnia e il nonno osservano una pianta selvatica dalle caratteristiche apparentemente peculiari e mai classificate prima. Il nonno allora coinvolge Calpurnia nell'entusiasmante tentativo di farla classificare come nuova specie dalla comunità scientifica, una vera e propria impresa per una giovanissima e un più anziano naturalista!
La risposta in merito alla pianta arriva giusto giusto al finire del secolo, lasciando a Calpurnia la soddisfazione e al contempo il tormento per una passione a cui non sa se potrà dedicare la propria vita. Ma il 1 gennaio 1900 si apre con una rarissima nevicata sulla campagna texana: forse tutto è possibile, anche per una donna diventare una scienziata, nonostante la contrarietà della famiglia e tutta una società ancora profondamente maschilista.
"L'evoluzione di Calpurnia" è un romanzo splendido, che si divora con gusto e piacere, pieno di ironia ma anche di temi forti che hanno riguardato la nostra società ed educazione di non molto tempo fa, e forse ci riguardano ancora. Ve lo consiglio spassionatamente, una lettura ricca di amore per la natura ma anche un'ode all'anticonformismo e al realizzare le proprie passioni, perchè solo seguire le nostre inclinazioni ci rende autenticamente noi stessi, nonostante tutto il mondo ci osservi come fossimo bestie rare. E, dopo aver letto questo straordinario romanzo, mi sento un po' meno sola ad appassionarmi ancora e sempre a bruchi, insetti e altre varie amenità entomologiche, sentendomi invece un pesce fuor d'acqua tra aperitivi, social, selfie e smalti semipermanenti.
Calpurnia, sei tutti noi! O per lo meno, sei proprio come me.
Le scuole sono finite da pochi giorni, è cominciata una nuova e lunga estate! Oggi vi propongo allora un libro che sembra fatto apposta per le vacanze estive, per i ragazzi ma, perchè no, anche per noi adulti amanti della natura, che conservano ancora quella passione naturalistica scoperta fin da piccoli. L'opera in questione ha un titolo che è tutto un programma "Là fuori", di Maria Ana Peixe Dias e Inés Teixeira Do Rosario: un bel librone che si propone di diventare la guida dell'estate, per andare alla scoperta di ambiente, flora e fauna che ci circondano. L'avventura può partire anche da un muro di città, un parchetto urbano, ogni frammento di natura che esiste attorno a noi è meritevole d'attenzione e può essere vista con occhi nuovi.
Bellissimo, poetico, scientificamente curato, ma anche arricchito da illustrazioni e tavole a colori (di Bernardo P. Carvalho) come una piccola enciclopedia della natura, "Là fuori" dà mille spunti, curiosità e ispirazioni per mettersi un paio di scarpe a tennis e uscire di casa, per guardare il mondo diversamente e accorgersi di quanta vita ci sia in esso. Non mancano neppure l'arte e la poesia, suggeriti come completamento autentico di una vera scoperta ed esperienza del mondo che ci circonda. Biologia e tassonomia, entomologia, botanica, fino a cenni di geologia e astronomia: in questo libro non manca davvero niente!
Si parte dall'osservazione e dalla scoperta della natura più domestica e apparentemente trascurabile, come andare alla ricerca di pnne e piume, di tracce, di lombrichi nel parchetto cittadino... fino ad attività sempre più a contatto con la natura, partendo da una gita in campagna, fino al mare e alla montagna. Un bel regalo per l'estate, dedicato a tutti i piccoli e grandi naturalisti che ancora sono in grado di notare e apprezzare la bellezza di un fiore spontaneo nato ai bordi di un marciapiede.
Ispirata dal suggerimento di uno dei più assidui lettori del mio blog, sono andata a leggere questo bellissimo romanzo dello scrittore statunitense E. B. White. Definire "La tela di Carlotta" un libro per l'infanzia sembra riduttivo: come tutta la vera letteratura, non c'è un'età predefinita per apprezzare questa storia che parla di vita, di tempo che passa, di amicizia, di morte e di cambiamenti inevitabili. Inizialmente la storia sembra ruotare attorno al maialino Wilbur e a Fern, la bambina che lo salva e lo svezza, impietosita di fronte alla tragica sorte che attende la creatura: nato più piccolo degli altri e meno in forze, il padre vorrebbe sopprimerlo. Fern si oppone fortemente, incredula - nella sua mente pura di bambina - che un essere vivente possa venir ucciso così, senza alcuna colpa.
Il romanzo, ambientato in una fattoria del secolo scorso, si sviluppa in una natura bucolica, tra covate di pulcini, pecore sagge e fiere di paese, mettendo al centro l'amicizia specialissima tra il maiale Wilbur e il ragno Carlotta, che tesse la sua tela nel fienile, proprio sopra al recinto del suino. La storia è semplice: l'astuta Carlotta dovrà trovare un modo per evitare al suo amico Wilbur di diventare il pranzo del Natale a venire. Ma come fare? Come convincere gli umani a non conciare "per le feste" il maialino, dal momento che sta venendo allevato proprio per questo scopo? Non voglio svelarvi la grande impresa compiuta dal piccolo ragno del fienile, ma posso invece raccontarvi quanto di meraviglioso c'è tra le pagine di questo romanzo: la vita e le sue gioie, ma anche la morte (naturale o provocata dall'uomo), viste con gli occhi degli animali della fattoria. Poi c'è anche l'amicizia, la solidarietà tra simili di fronte a un destino avverso, mentre il tempo che passa, inesorabile, manda avanti il ciclo naturale dell'esistenza. E, in un qualche modo, c'è giustizia in questo.
Fern, la bambina, resterà un elemento cardine del romanzo, seppur non sempre in primo piano: sua è la voce dell'umanità migliore, quella che guarda alla vita non umana con amore, compassione ed empatia. Ma non è necessariamente l'infanzia di Fern a renderla più sensibile: nel romanzo troviamo infatti adulti indifferenti e ragazzini crudeli nei confronti della natura vivente, così come adulti in grado di vedere "oltre" l'antropocentrismo e il materialismo dominanti. Con l'avanzare della storia, il mondo non umano che tanto ha affascinato Fern fin dall'inizio, con il suo adorato maialino Wilbur, le pecore, le oche, e tutti gli altri animali della fattoria, ad un certo punto non sarà più la sua passione esclusiva: mese dopo mese, la bambina scoprirà anche altri interessi tutti "umani" (la simpatia per un amichetto). E certamente anche questo fa parte di un ciclo naturale, ma ciò che consola è proprio sapere che chi ha un animo sensibile e connesso con le altre creature viventi, resterà così per tutta la vita. Concludo con un ringraziamento a Filippo, l'affezionato lettore che ha portato alla mia attenzione "La tela di Carlotta": a voi non resta che leggere questa bellissima storia, per commuovervi nel finale insieme al maialino Wilbur.
I tempi cambiano, le idee mutano e così anche le consuetudini nel nostro rapporto con gli animali domestici, nel bene e nel male. Circa venticinque anni fa ricordo ancora mia madre che, alle mie richieste da bambina sull'adottare un gatto, mi rispondeva "No, sporca troppo" (naturalmente poi abbiamo adottato più di un gatto, in barba alle sue scuse). Conosco famiglie che per anni hanno evitato di accogliere un micio, per timore che questo fosse fonte di germi o allergie per i bambini; oppure casi in cui, dopo aver introdotto un gatto nel nucleo famigliare, questo non fosse poi ammesso in casa proprio in quanto considerato "sporco" e veicolo di microbi. Negli ultimi decenni queste convinzioni sono mutate radicalmente e anzi, dopo un periodo di vera e propria demonizzazione del cane e del gatto quali fonti di potenziale pericolo, germi e sporcizia, si è passati forse all'estremo opposto. Oggi i cani dormono con noi nella nostra camera da letto e i gatti zampettano tranquillamente sui ripiani della nostra cucina: è sparita completamente la preoccupazione per la loro "sporcizia" e si è passati alla visione dell' "animale-vaccino", soprattutto in relazione a bambini piccoli e piccolissimi. Secondo alcuni studi infatti, tenere un cane o un gatto stimolerebbe in modo blando il sistema immunitario e preserverebbe così dallo sviluppare le allergie, in particolare in certe fasi dello sviluppo. E da qui siamo passati quindi a tutta una corrente di pensiero che vede il cane o il gatto adottati quasi solo per questo scopo: "perchè fanno bene" al neonato o al bambino, così come a noi.
Ma è giusto adottare un animale in virtù di queste sue "potenzialità terapeutiche"? Ovviamente la risposta che mi sento di dare è, almeno parzialmente, negativa: non dovrebbe essere la motivazione primaria che porta una famiglia a visitare un gattile o un canile. Oltre alle ragioni più marcatamente sanitarie, ci sono poi altri motivi vagamente "di moda" che inducono una famiglia ad adottare un animale sempre "per il bene del pargolo": la presenza di un animale da compagnia sarebbe infatti importantissima per le future relazioni del bambino, il quale imparando a rapportarsi con un cane o un gatto, svilupperebbe intanto empatia, sensibilità e apertura mentale. Il che è tutto vero, naturalmente, ma andrebbero fatte alcune precisazioni in merito, per evitare di scadere in una pericolosa filosofia spicciola: non basta adottare un cane o un gatto perchè il bambino cresca magicamente empatico, rispettoso e mentalmente aperto agli altri, anzi. Adottare animali in presenza di bambini piccoli e molto piccoli implica piuttosto un serio (e meraviglioso, intendiamoci) "lavoro" con il bambino, affinchè questo non consideri istintivamente il cane o il gatto l'ennesimo gioco a sua disposizione, ma un'altra creatura con cui costruire una relazione di rispetto, affetto, complicità e responsabilità. Affiancare un animale domestico a un bambino piccolo, senza poi curarsi di "educare" il loro rapporto, potrebbe invece implicare spiacevolissime sorprese per il piccolo umano, ma anche stress quotidiano per l'animale. Consideriamo infatti che i bambini (in particolare tra i 3 e i 5 anni) possono avere comportamenti imprevedibili e sono sicuramente inconsapevoli delle esigenze reali di un animale domestico, in particolare del gatto, molto più "lunatico", indipendente e istintivo del cane. Ci vuole quindi buon senso nell'adozione e tempo a disposizione per curare i rapporti all'interno della propria famiglia "allargata", per tutelare il bene sia dei bambini che degli animali.
Possiamo trovare molte ragioni, purtroppo non sempre valide, per scegliere di adottare un cane o un gatto: perchè ci regala affetto e gioia, perchè "fa bene" alla salute, perchè "educa" al rapporto con l'altro, perchè ci riempie una casa che sarebbe diversamente troppo vuota, perchè abbiamo bisogno di una novità nella nostra quotidianità. Ma la verità è che adottare un animale domestico deve essere una scelta dettata prima di
tutto da consapevolezza e amore, in tutte le sue sfaccettature: e per
questo occorre valutare la nostra famiglia e le sue
possibilità di accogliere/gestire positivamente un membro "non umano". Questo vale in tutti i casi, ma ancora di più se si hanno bambini piccoli o situazioni particolari che richiedono da parte nostra cura e attenzione. La compagnia di un cane o di un gatto nella nostra vita dà innegabilmente benefici impagabili: affetto spontaneo e genuino, la sensazione piacevole data dal prenderci cura di qualcuno che ci ama e a suo modo si prende cura di noi. Vedere bambini e animali crescere insieme è meraviglioso e la presenza di un cane o un gatto in famiglia arricchisce moltissimo qualsiasi infanzia, ma non dobbiamo pensare che il rapporto spontaneo tra animali e bambini non richieda attenzione da parte nostra. Non è scontato che l'animale sia perennemente disposto ad accettare pazientemente e senza conseguenze le eventuali situazioni stressanti nella vita famigliare, così come non dobbiamo farci l'idea dell'animale come "panacea" per i nostri figli. Occorre equilibrio, consapevolezza, responsabilità, come in ogni buona scelta di vita. Altrimenti l'esperienza potrebbe rivelarsi controproducente per noi, per i nostri famigliari umani e per gli animali.
Il prossimo 4 ottobre sarà il patrono d'Italia, dedicato al Santo che preferisco in assoluto per il suo amore per gli animali e la natura tutta: San Francesco. La storia del Santo è celeberrima: da figlio di un ricco mercante assisano, ad un certo punto della sua vita Francesco si spogliò di ogni privilegio e ricchezza per condurre una vita umile, aiutare i bisognosi e predicare la parola di Dio. Il suo carisma fu tale da diventare anche il fondatore dell'ordine dei frati francescani, che da lui prendono il nome e si ispirano al suo modo di vivere ancora oggi. Ma ciò che rende così speciale San Francesco è anche il suo amore per la Creazione di Dio, magnificata nel bellissimo "Cantico delle creature"; molti sono gli episodi della vita del Santo legati agli animali e alla sua profonda empatia verso uccelli, pesci, agnelli e lupi. L'episodio più famoso è appunto quello del cosidetto "lupo di Gubbio", che vede il Santo andare alla ricerca della temibile bestia feroce che terrorizzava il paese umbro: la Fede in Dio, ma anche il rispetto e l'amore di Francesco per ogni creatura, pacificheranno il lupo e gli animi dei paesani in cerca di vendetta. Da allora il lupo, addomesticato, sarebbe diventato un fedele compagno per Francesco, il Santo che sapeva "parlare agli animali".
Quest'episodio è stato riproposto in parole e immagini da Chiara Frugoni e Felice Feltracco, dalla cui felicissima collaborazione nasce "San Francesco e il Lupo. Un'altra storia". Le parole della Frugoni, storica italiana e una delle massime esperte in storia della chiesa e San Francesco, abbinate ai meravigliosi acquerelli di Felice Feltracco, rendono quest'albo illustrato davvero speciale: è la storia di un lupo vero, non una bestia feroce "mangiatrice di uomini", non una figura metaforica, ma un animale in carne ed ossa inserito in un ambiente realistico. Troppo vecchio per restare al passo con il suo branco, il lupo è costretto ad avvicinarsi sempre più alle case di Gubbio e alle greggi di pecore, di cui fa strage. Sentiamo la sua fame, la sua solitudine, la sua diffidenza verso il mondo umano. Gli abitanti, spinti da terrore ed odio, gli danno la caccia, ma senza successo. Decidono quindi di chiedere a Francesco, del quale si dicesse parlasse la lingua degli animali, di intervenire. Il Santo si avvia nella foresta e qui ci si perde negli acquerelli di Feltracco: tramonti innevati, notti stellate, albe bigie e ombre silvestri, accompagnati dalle discrete parole della Frugoni, che ci racconta di come le strade di Francesco e il lupo siano destinate a incontrarsi, nel cuore della foresta.
Il lupo, guardingo e affamato, è sulle tracce di Francesco, senza sapere che non si tratta dell'ennesimo uomo che vuole dargli la caccia. Francesco, stremato dal freddo e dal cammino, ad un certo punto si adagia per riposare, senza sapere che il lupo l'ha già visto e sta per arrivare a lui... e la conclusione la lascio a voi, cari lettori, quando leggerete quest'albo illustrato e vi lascerete contagiare dalla magia delle sue parole e immagini. "Perchè il vecchio lupo non divorò San Francesco? Una storia semplice e profonda come la racconterebbe un bambino, illustrata da acquerelli e disegni incantati".
La biodiversità in pericolo e la sesta estinzione di massa sono argomenti che possono essere affrontati con i bambini? Assolutamente sì, anzi, dovrebbero esserlo! L'ha ben capito Arianna Papini, illustratrice fiorentina, che con "Cari estinti" ci propone un albo illustrato che saprà catturare l'attenzione dei più piccoli su 20 animali estinti negli ultimi secoli: dal più conosciuto Dodo all'elegante Tigre di Giava, dal Rinoceronte Nero allo Stambecco dei Pirenei, estinto peraltro giusto nel 2000, mentre intanto l'uomo tenta inutilmente di clonarlo.
Il tema è tra i più urgenti e scottanti: stiamo assistendo proprio in questi anni ad una morìa continua e implacabile di specie viventi, tale da essere definita dagli scienziati come una "sesta estinzione di massa". I responsabili stavolta non sono le glaciazioni, le eruzioni vulcaniche o l'impatto di un asteroide sul pianeta: la colpa è tutta nelle nostre mani, che con il nostro sovrasfruttamento delle risorse, con l'inquinamento degli ecosistemi e una caccia senza alcun freno, stiamo condannando all'estinzione centinaia di specie animali e vegetali, alcune ancor prima di averle mai conosciute.
Per un tema così importante, "Cari Estinti" si sfoglia con leggerezza, perchè ciascuna pagina è dedicata ad un'illustrazione e una poesia narrata "in prima persona" dall'animale rappresentativo della specie che abbiamo cancellato dalla faccia della Terra. I bambini saranno sicuramente catturati dal formato accattivante, dalle rime e dalla morale di ciascuna poesia. Ammirevole è l'opera scientifica della Papini, che nel comporre i testi dimostra di essersi informata con precisione e dovizia di particolari sulle abitudini degli animali e sulle cause della loro scomparsa: chi fu cacciato troppo, chi venne privato del suo habitat vitale.
Arianna Papini: Tigre di Giava, estinta per caccia e disboscamento nel 1979
Un albo illustrato dall'alto valore culturale ed etico, da regalare ai nostri bambini e da leggere insieme a loro, per commuoversi e riflettere sulla responsabilità umana, che inizia a formarsi proprio durante la giovinezza. Si possono trarre infatti importanti insegnamenti, ad esempio dalle parole del rinoceronte nero: "Anche se son scomparso, rido adesso pensando all'uomo che accumula ricchezze e spreca le risorse, come un fesso, annientando dalla terra le bellezze". Oppure dal vano proposito della Ritina (una sorta di foca estinta nell'arco di 27 anni): "Voi uomini non avete ancora perso la speranza di avvistarmi prima o poi, ma se esistessi agirei in modo diverso... e non mi fiderei mai più di voi!" (A. Papini, Cari Estinti, Kalandraka, pp. 8-9).
L'adulto che legge questi versi amari e quasi ironici, dall'immaginaria voce degli animali che sono stati brutalmente sterminati in un impeto distruttivo, miope e ingiustificabile, si ritroverà alla fine del libro con il cuore gonfio di amarezza, per tanta bellezza, ricchezza e vita andata irrimediabilmente perduta. E se resta anche una sottile rabbia per la nostra specie che ancora non smette di estinguere e distruggere, compresa se stessa, usiamola a fin di bene, insegnando ai nostri figli come si diventa un'umanità migliore.
Un libro pieno di pregi e di difetti, in egual misura: tante le cose che mi sono piaciute di questa lettura, quante quelle che proprio non mi hanno convinta. "Un gatto non è un cuscino" è l'originale titolo di questa storia per bambini di Nöstlinger Christine, autrice per l'infanzia piuttosto famosa e vincitrice anche del prestigioso premio Hans Christian Andersen. La storia che qui racconta riguarda un miciotto bianco e nero, che nasce in una stalla, ultimo e più magrolino di una cucciolata di mici bianchi e neri. Il nome del gatto? Ne avrà alcuni: Miciomicio, Samuele, Muccibù e Cicciobomba, a seconda delle famiglie dove si ritroverà a vivere, tra diverse disavventure... per poi concludere, alla fine della storia, che preferisce non avere alcun nome, per essere un gatto libero.
Intendiamoci: la storia è narrata ottimamente, l'autrice sa il fatto suo. Ed è anche fortemente educativo per un bambino leggere le vicende di questo micione bianco e nero: prima come Samuele, adottato da una famiglia incapace di educare i figli al rispetto di un gatto; poi come Muccibù, affidato ad un'anziana e buona signora del tutto inconsapevole di come si alimenta un micio (non a cioccolata e budino!); infine come Cicciobomba, accolto nella mansarda di una giovane coppia che si deciderà a portarlo dal veterinario per sterilizzarlo... e qui finisce la vita domestica del nostro protagonista a quattro zampe, perchè dallo studio veterinario fuggirà per darsi alla macchia, diventando un randagio complessivamente soddisfatto della propria vita.
Punto di forza è indubbiamente il descrivere il gatto in maniera simpatica, adatta ai bambini ed al contempo estremamente puntuale per quanto riguarda le esigenze naturali di un felino domestico: cacciare, marcare il territorio, non essere strapazzato come un cuscino o un giocattolo, scavare per fare i propri bisogni, esplorare, arrampicarsi. E questa è una bella lezione per tutti i giovanissimi lettori, che comprendono così le specificità del gatto, il suo temperamento, il suo bisogno di indipendenza e il suo essere certamente meno "addestrabile" rispetto al fedelissimo cane.
Meno credibile è che le tutte famiglie nelle quali il gatto vive siano inadeguate, per un verso o per un altro, come se tutti gli esseri umani fossero incapaci di rispettare la natura felina: non è sempre così! Per quanto ahimè le situazioni descritte siano dei cliché direttamente tratti dalla vita quotidiana (famiglie frenetiche dove il gatto viene preso come fosse un pupazzo per bambini; vecchine che ingozzano il micio come fosse un'oca da ingrasso, ecc.), ad esempio non mi convince che anche l'ultima famiglia - peraltro dimostratasi responsabile nel portare a far sterilizzare il gatto, un messaggio che dovrebbe passare come importante! - complessivamente venga "bocciata" e abbandonata dal gatto.
Ma ancor meno convince la fine del libro, quasi un "inno al randagismo": "Piuttosto che tornare a essere un 'Miciomicio',un 'Samuele', un 'Muccibù' o un 'Cicciobomba', preferisco rimanere un gatto affamato, raffreddato, sudicio, pieno di pulci e senza nome. Un gatto libero!" (C. Nöstlinger, Un gatto non è un cuscino, p. 79).
Ecco: la morale proprio non mi piace e trovo che sia fortemente diseducativa per i bambini che leggeranno questa storia. Giustissimo il sottolineare che "un gatto non è un cuscino", ma trovo sbagliato chiudere questa storia lasciando il nostro protagonista felicemente in strada, tra l'altro consapevole del rischio di lasciarci le penne ("Probabilmente non arriverò alla vecchiaia, come i gatti casalinghi coi loro bravi nomi. Ma non è detto che invecchiare sia sempre questa gran fortuna.", p. 78).
D'accordo l'indipendenza, d'accordo l'amore per l'esplorazione e la caccia, ma il gatto resta pur sempre un animale domestico e promuovere la convinzione che invece possa cavarsela anche da solo in strada e che non soffra eccessivamente per una condizione randagia, per quanto mi riguarda è un'evidente pecca di questo libro. C'è solo da augurarsi che i bambini traggano solo il meglio da questa storia, imparando a rapportarsi con il loro micio nel rispetto della sua natura.
Prima settimana di vacanze estive per tutti i nostri bambini e ragazzi (che non abbiano gli esami). Ricordo ancora le lunghissime estati spensierate della mia infanzia, intrise di libertà e lentezza, pigre ma anche ricche di esperienze da assaporare: i campi di grano e la campagna; il mare, le vacanze e le gite; ma anche le indolenti mattine dove inventarsi cosa fare; i compiti delle vacanze che facevo sempre in giardino; i libri divorati nella penombra della casa nelle ore più calde del pomeriggio; la preparazione con i nonni della passata di pomodoro (per tutto l'anno a venire); i giri in bici; il canto di cicale e grilli; l'osservazione di girini, rane e rospi nello stagno; le stelle cadenti e le notti afose con le finestre aperte... e quando alla fine arrivava settembre, sembrava essere passata una vita intera.
Recentemente ho letto un bel saggio che mi ha ricordato prepotentemente il valore di quei momenti di libertà, a stretto contatto con la natura e i riti "stagionali"; si tratta di "L'ultimo bambino nei boschi" di Richard Louv, giornalista americano che traccia il quadro della gioventù americana, sempre più avulsa dall'ambiente naturale e per questo sempre meno in grado di apprezzarne il valore indispensabile per una vita piena, ricca e sana.
Se il libro si focalizza tipicamente sulla società americana, in realtà possiamo ritrovare tanto di noi nelle critiche di Louv, dal momento che è lo stesso stile di vita che ci sta rendendo tutti sempre più connessi e tecnologici, ma anche sempre più sedentari e con i sensi "atrofizzati". Un tempo si dava per scontato che tra bambini e natura vi fosse un rapporto diretto, esperienziale e in qualche modo "inevitabile": i bambini da sempre amano correre, giocare all'aperto e scoprire il mondo naturale. Eppure oggi, in America come in Italia, i bambini (e le loro famiglie) trovano sempre meno possibilità, tempo e modo per fare esperienza diretta della natura. Scoraggiati dalla carenza di tempo libero, ma anche dai presunti pericoli nascosti nell'ambiente naturale (e nella troppa libertà concessa ai nostri figli, che potrebbero incontrare "l'uomo nero"), e contemporaneamente ammaliati dallo svago comodo e sfolgorante offerto dai mezzi di comunicazione di massa (dalla tv a internet), oggi abbiamo nuove generazioni di "nativi digitali" che sguazzano nel mondo della tecnologia come pesci nel mare, ma che poi si ritrovano spaesati nell'ambiente naturale, che sarebbe il mondo fisico e reale nel quale viviamo. "Nel 2002 un altro studio britannico scoprì che un bambino di otto anni medio identificava facilmente i personaggi delle carte dei Pokémon, mentre faceva fatica a distinguere le varie specie naturali indigene della sua zona. In altre parole, Pikachu, Metapod e Wigglytuff erano nomi più famigliari ai ragazzini rispetto a lontra, coleottero e quercia" (Richard Louv, L'ultimo bambino nei boschi, Rizzoli, p. 45).
"L'ultimo bambino nei boschi" non si limita semplicemente ad una critica della nostra società, ma anzi sottolinea l'alto valore e la vitale necessità per tutti gli esseri umani di scoprire e maturare un rapporto diretto con il mondo naturale. In particolare, infanzia ed adolescenza sono poi le "età elette" per questo tipo di legame ed esperienza di vita, quando è fondamentale scoprire "fisicamente" se stessi e il mondo. Tra l'altro, i bambini e i ragazzini che di regola possono beneficiare del contatto con la natura, cresceranno come adulti più consapevoli, attenti e responsabili verso la realtà che ci circonda. Senza contare i benefici palesi e scientificamente provati di svolgere regolarmente attività all'aria aperta, lontani dalla sedentarietà del nostro salotto, di fronte a quegli schermi luminosi di cui siamo sempre più schiavi. Richard Louv inoltre, sulla scorta di recenti studi molto interessanti, ipotizza un legame tra lo stile di vita sedentario e "ipertecnologicizzato" (con tutti gli stimoli dati dalle tecnologie che ci bombardano continuamente) e alcune delle più diffuse patologie che vengono diagnosticate oggi in età infantile, soprattutto l'ADHD, "sindrome da deficit di attenzione e iperattività". Specialmente in America si tende ad affrontare il problema somministrando farmaci, mentre è dimostrato che un miglioramento significativo della sindrome si ottiene dando modo al bambino di passare più tempo libero in natura, svolgendo attività all'aria aperta e a contatto con l'ambiente naturale. Certo, questo implica uno sforzo certamente maggiore in termini di tempo e di organizzazione famigliare... ma forse è tutto lo stile di vita ad essere sbagliato, se diventa più pratico somministrare farmaci rispetto al cercare soluzioni più "naturali" (da tutti i punti di vista).
Tralasciando anche queste riflessioni specifiche sul valore "terapeutico" della vita a contatto con la natura, Richard Louv sostiene con forza e passione la necessità di crescere di nuovo bambini "dei boschi", dando loro libertà e possibilità di sperimentare la realtà fisica e naturale. E il suo appello va alle famiglie, ma anche al sistema di istruzione americano e agli insegnanti, affinchè si inserica nel progetto educativo una dimensione "ecologica" nel senso più lato del termine: non importa insegnare l'inquinamento, le piogge acide e il cambiamento climatico, se prima non si è trasmesso il senso di appartenenza, ricchezza e meraviglia per la natura che ci circonda. Richard Louv propone non solo grandi progetti educativi d'avanguardia, ma anche piccoli passi da fare in famiglia: escursioni nel weekend, birdwatching e perfino pesca, la costruzione di casette sugli alberi (una vera e propria "palestra di vita" per tante generazioni di giovani americani) e il tenere un "diario della vita all'aria aperta", annotando le piccole e grandi esperienze che si fanno in natura... in particolare quest'ultima idea la trovo perfetta per le vacanze estive, molto più dei "soliti" compiti delle vacanze. Ottimi gli spunti di Louv anche sui benefici e gli stimoli offerti dalla noia: oggi i nostri bambini tendono ad avere pochi momenti davvero liberi, seguendo un'agenda zeppa di impegni (per quanto costruttivi come sport organizzato, lezioni di musica o di arte, ecc.) che lascia poco spazio ed energie per lo sviluppo dell'immaginazione.
Tra i tanti spunti di riflessioni dati da "L'ultimo bambino nei boschi", mi è tornato in mente il film "Stand by me - Ricordo di un'estate", capolavoro sull'infanzia e il passaggio all'età adulta, valorizzato dalla possibilità di scoprire i propri limiti e se stessi, a contatto con il selvaggio e il "pericolo". Tutto il film merita di essere visto e rivisto, ma qui vi propongo una delle mie scene preferite (anche se, vista da sola, può non essere di grande significato):
"La natura, così sublime, dura e bella, offre qualcosa che la strada, le comunità segregate o i videogiochi non possono dare. (...) Regala ai giovani qualcosa di molto più grande di loro e assicura un ambiente in cui possono facilmente contemplare l'infinito e l'eternità. (...) L'immersione nell'ambiente naturale permette di raggiungere più rapidamente l'essenza delle cose, espone in maniera diretta e immediata i giovani agli elementi da cui si sono evoluti gli umani (...) e gli altri esseri viventi, piccoli e grandi. Come dice la Chawla, senza quella esperienza dimenticheremmo 'il nostro posto. Non ricorderemmo più l'esistenza del grande tessuto da cui dipende la nostra vita" (Richard Louv, L'ultimo bambino nei boschi, Rizzoli, p.88). Che questa estate allora possa essere piena di natura per tutti i nostri bambini e ragazzi!
Una bella testimonianza dal web su gravidanza, gatti e bambini... per sfatare falsi miti e per capire l'importanza di una buona convivenza tra bambini e animali.
La fonte della foto è QUI:
dove potrete trovare un altro interessante articolo sul tema
"Ai giorni nostri si sentono spesso ancora delle chiacchiere legate ai gatti ed i neonati. Mentre ero in attesa di mio figlio diverse persone mi consigliarono di sbarazzarmi dei miei gatti dicendomi che portano malattie e che avrebbero persino potuto ferire o uccidere il bambino.
Ho sempre amato gli animali in modo smisurato e mai nella vita mi sarei sognata di dare via i miei gatti, da anni parte integrante della mia famiglia, solo per delle sciocche credenze popolari.
E’ incredibile quanta disinformazione vi sia nei confronti dei gatti ed in modo particolare sul loro comportamento con i bambini, le donne incinte e la loro interazione con i neonati.
Ho naturalmente osservato delle piccole precauzioni durante la gravidanza. Per esempio ho affidato la cura e la pulizia delle lettiere a mio marito visto che non avevo mai sviluppato anticorpi contro la toxoplasmosi. Ho anche abituato i miei gatti ad una maggiore e più regolare spuntata delle unghie per evitare al minimo il pericolo di graffi accidentali.
Alcuni amici, che prima di me avevano affrontato questa meravigliosa esperienza con dei gatti come membri effettivi della famiglia, mi consigliarono di abituare fin dall’inizio i miei gatti al suono del pianto di un bambino. Come? E’ stato in realtà molto semplice, mi sono fatta registrare un nastro da amici con il pianto dei loro neonati. Durante il corso della giornata ascoltavo il nastro e, con me, lo sentivano anche i miei gatti.
I miei mici sono tutti vaccinati e vengono tutti portati regolarmente dal veterinario per dei controlli periodici sul loro stato di salute, vivono in casa a stretto contatto con noi tutti i giorni e sono tenuti sempre ben puliti ed in salute, sereni e con il minimo stress possibile.
Fin da subito abbiamo dato ai gatti libero accesso alla cameretta del bimbo, evitando unicamente la culla su cui tenevamo una zanzariera. I mici sono sempre stati liberi di esplorare la stanza e la sua nuova sistemazione, abituandosi gradatamente ai cambiamenti che via via vi apportavamo.
Non ho mai allontanato i gatti dal pancione ed anzi, erano loro a cercare maggiormente la mia compagnia, adesso. Con una dolcezza infinita hanno passato moltissime ore accanto a me quando sono stata costretta per un periodo a letto. Partecipavano alla mia gioia dormendo spesso con il musino appoggiato alla pancia per poi protendersi per ricevere le mie carezze facendo le fusa come dei piccoli trattori. Non posso dire con sicurezza che capissero, ma credo ugualmente che fosse così.
Erano diventati la mia ombra quando andavo in bagno o in cucina, mi seguivano ad ogni passo e non mi perdevano mai d’occhio. Sono stati una grande consolazione nelle mie ore confinata a letto ed hanno portato gioia e sollievo distraendomi dalle mille ansie e preoccupazioni.
Quando finalmente Matteo ha deciso che era giunta l’ora di farsi conoscere da mamma e papà, siamo volati in ospedale. Appena m’è stato possibile ho consegnato a mio marito una copertina in cui era stato avvolto Matteo e lui l’ha portata a casa per abituare i gatti al nuovo odore del nostro piccolo arrivato.
La curiosità è stata molta da parte dei micioni, mio marito m’ha raccontato che per ore hanno annusato le copertine che gli davo da portare a casa e che, ad un certo punto, dovevano aver deciso che quel nuovo odore non doveva essere poi così male perché hanno preso a dormire vicino alla coperta.
Abbiamo inoltre deciso di utilizzare un diffusore di feromoni facciali felini, strategicamente sistemato in salotto, ovvero la stanza in cui i nostri gatti trascorrono la maggior parte del loro tempo.
Qualche giorno prima dell’arrivo a casa di Matteo e mio, abbiamo pensato che i feromoni potessero essere utili e così, anche dietro il consiglio del nostro veterinario, abbiamo usato questa ulteriore precauzione.
Abbiamo cercato di non escludere dalla nostra nuova vita gli adorati gattoni cercando di rispettare il più possibile gli orari che avevano prima della nascita di Matteo e di ritagliare un po’ di tempo per farli giocare e per coccolarli, esattamente come facevamo prima.
Ovviamente con un bebè è tutto un pochino più complicato. Capita di essere più stanchi o irritabili di prima, si dorme poco, si ha poco tempo per se stessi, per le amicizie, per prendersi un po’ cura della casa e le occasioni per distrarsi sono ridotte al minimo. Non per questo abbiamo mai trascurato i nostri gatti e questo c’ha immensamente ripagati! Abbiamo permesso da subito ai mici di partecipare alla vita di Matteo, con l’accortezza di non lasciarlo mai solo in una stanza senza la nostra presenza, ma dando loro la possibilità di avvicinarsi a lui e di annusarlo senza problemi.
Anche durante la pappa Matteo è sempre stato in compagnia dei gatti che hanno sempre rispettato i suoi spazi osservandoci con interesse, ma con l’eleganza che li contraddistingue.
Abbiamo permesso ai mici di avvicinarsi a Matteo parlando loro dolcemente ed accarezzandoli, magari seduti sul divano, e loro hanno sempre dimostrato di apprezzare moltissimo questi momenti d’intimità e di serenità.
L’unica restrizione che abbiamo imposto fin da subito è stata l’ora della nanna di Matteo non permettendo ai gatti di entrare nella camera del bambino. Non abbiamo avuto difficoltà a far accettare loro questa cosa e, al momento di mettere a nanna Matteo, abbiamo preso l’abitudine di distrarre i mici con dei giochi come i topolini o le loro amate palline.
Via via che Matteo cresceva ed iniziava a camminare a gattoni, abbiamo lentamente spostato le ciotole di pappa e acqua dei mici in punti inaccessibili a Matteo. Noi abbiamo optato per un mobile abbastanza alto da non essere raggiunto dal bambino ed abbastanza basso per non rappresentare un problema per i gatti.
Abbiamo preso delle piccole precauzioni anche per la lettiera decidendo si spostarla all’interno d’ un vecchio mobiletto vuoto ed inutilizzato dalle ante senza maniglie, ma aperto sul retro quel tanto da permette a Matteo di non passarci, ma ai mici si. All’inizio pensavamo che sarebbe stato molto più complicato di come è stato invece. Molto lentamente abbiamo iniziato a spostare la lettiera di una cinquantina di centimetri al giorno dando modo ai gatti di abituarsi alla nuova sistemazione. Dopo circa due settimane i gatti avevano tranquillamente imparato ad andare a fare i bisogni nella cassetta all’interno del mobile.
Siamo stati molto fortunati, oltre che attenti, e non siamo mai dovuti ricorrere ad un comportamentista. Il mio consiglio è di contattarne uno, magari attraverso il vostro veterinario di fiducia, nel caso doveste avere problemi. E’ sempre meglio non trascurare queste cose e non far covare risentimenti che sono poi molto difficili da far dimenticare. Una serena convivenza è importantissima sia per il piccolo che per voi ed i vostri amici gatti!
Matteo ora ha sei anni, adora i suoi amici pelosi e noi gli stiamo insegnando che gli animali non sono dei giocattoli. Sono creature con dei loro sentimenti, con delle necessità e con il loro carattere. Giorno dopo giorno cerchiamo di insegnargli cosa voglia dire rispettarli ed amarli, giocando con loro, ma accettando il fatto che non sempre sono disposti a dedicarci attenzioni.
Gli ricordiamo che non devono essere disturbati mentre mangiano, mentre fanno i loro bisogni e mentre dormono. Riteniamo che Matteo debba fare le sue esperienze. Conosciamo i nostri gatti e conosciamo Matteo, ma vigiliamo sempre mentre trascorrono il loro tempo insieme.
Non ci disperiamo se ogni tanto ci scappa un graffietto, sappiamo che non è aggressività quella dei nostri gatti e capiamo che è anche attraverso un graffio che Matteo crescerà attento ai bisogni dei mici e consapevole del fatto che tirare loro la coda non è il modo migliore per consolidare un’amicizia.
Lo riprendiamo quando sbaglia e gli mostriamo come avrebbe dovuto invece interagire con il micio, spiegandogli il perché con parole semplici e con esempi che lo riguardano per fargli comprendere meglio il significato di quello che intendiamo spiegargli.
Fin da piccolo abbiamo mostrato a Matteo come accarezzarli, come trattarli e come loro ricambino il nostro amore. Siamo consapevoli che è ancora troppo presto per pensare di poter lasciare Matteo incustodito a giocare con loro, ma non per questo rinunciamo alla loro compagnia.
Bambini ed animali possono convivere tranquillamente, basta avere delle piccole accortezze ed un po’ di buonsenso.
Perché privare ad un bambino la gioia e l’opportunità di crescere sereno e rispettoso nei confronti degli animali quando basta così poco per farli convivere tranquillamente?
Noi ne siamo sempre stati convinti e siamo stati premiati".
Alessandra e Guido con Matteo ed i mici Pepe e Cocco